I Beati Paoli, la setta segreta di Palermo
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Giustizieri incappucciati nei sotterranei di Palermo: l'origine della leggenda dei Beati Paoli, dalle cronache del Settecento al romanzo di Luigi Natoli.
Nei racconti dei palermitani, sotto i vicoli del Capo e dell'antico quartiere del Papireto, si muovevano un tempo uomini incappucciati che si riunivano di notte in grotte segrete per giudicare i potenti. Erano i Beati Paoli, una setta che secondo la leggenda difendeva i deboli dai soprusi dei nobili e degli ecclesiastici, eseguendo sentenze di morte contro chi sfuggiva alla giustizia ufficiale. Storia e invenzione, in questo caso, si intrecciano in modo quasi inestricabile, e proprio per questo la leggenda ha avuto tanta fortuna.
Le prime testimonianze
La fonte più importante è il marchese di Villabianca, Francesco Maria Emanuele e Gaetani, erudito palermitano del Settecento, che nei suoi scritti dedicò alcune pagine alla setta. Secondo il suo racconto, i Beati Paoli sarebbero stati attivi nella Palermo del Seicento e del primo Settecento, riunendosi in luoghi nascosti e mantenendo di giorno una vita all'apparenza ordinaria, magari devota. Le notizie, tuttavia, sono frammentarie e non trovano conferma in documenti giudiziari.
L'origine del nome resta oscura e le spiegazioni proposte sono diverse. Alcuni eruditi collegarono la setta a un'antica società medievale di «Vendicosi», che avrebbe operato in Sicilia in età normanna. Gli storici moderni preferiscono leggere la leggenda come la memoria deformata di società di vendetta o di gruppi di autodifesa nati in un'epoca in cui la giustizia era profondamente diseguale e i potenti restavano spesso impuniti.
Il romanzo di Luigi Natoli
La fama dei Beati Paoli esplose all'inizio del Novecento grazie a Luigi Natoli, scrittore e storico palermitano. Tra il 1909 e il 1910 il «Giornale di Sicilia» pubblicò a puntate il suo romanzo «I Beati Paoli», firmato con lo pseudonimo di William Galt. Ambientato nella Palermo del primo Settecento, il racconto segue le vicende del giovane Blasco da Castiglione e del misterioso Coriolano della Floresta, capo della setta, in una trama di vendette, eredità usurpate e passaggi sotterranei.
Il successo fu enorme. Il romanzo divenne una lettura popolare in tutta la Sicilia, passato di mano in mano e letto ad alta voce nelle famiglie, e contribuì a fissare l'immagine dei Beati Paoli come giustizieri romantici. Ancora oggi è considerato un classico del romanzo d'appendice italiano, ristampato più volte e capace di orientare il modo in cui i palermitani immaginano il proprio passato.
I luoghi della leggenda
A Palermo esiste una piazza Beati Paoli, nel quartiere del Capo, e la tradizione indica nelle vicinanze gli ingressi delle grotte in cui la setta si sarebbe riunita. Il sottosuolo della città, attraversato da canali di origine araba chiamati qanat, da cripte e cavità, offriva in effetti uno scenario ideale per la leggenda. Alcuni di questi percorsi sotterranei sono stati esplorati e resi in parte visitabili, permettendo di toccare con mano il mondo nascosto sotto le strade.
Resta un tema delicato, perché il mito dei giustizieri segreti è stato talvolta evocato in modo improprio per nobilitare organizzazioni criminali. Gli storici invitano a distinguere con nettezza: i Beati Paoli appartengono soprattutto alla letteratura e all'immaginario, specchio del desiderio di giustizia di un popolo che per secoli si è sentito escluso da quella ufficiale e ha affidato alla leggenda le sue speranze di riscatto.