La Gran Madre di Dio di Torino e la leggenda del Graal
- Coordinate
- 45.06° N, 7.70° E
- Tappa
- Torino e il Nord Italia
- Lettura
- 3 min di lettura
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Storia della chiesa della Gran Madre di Dio, eretta per il ritorno di Vittorio Emanuele I, e della leggenda che lega le sue statue al Santo Graal.
Sulla riva destra del Po, di fronte a Piazza Vittorio Veneto, la chiesa della Gran Madre di Dio domina il paesaggio torinese con il suo pronao classico e la grande cupola. È uno dei monumenti più fotografati della città e, insieme, uno dei più carichi di leggende. Per comprenderne il fascino occorre partire dalla sua storia, documentata con precisione, e solo dopo affrontare le interpretazioni esoteriche che le sono state attribuite nel corso del Novecento.
Un tempio per il ritorno del re
La chiesa nasce da un voto civico. Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, il re Vittorio Emanuele I di Savoia rientrò a Torino, e l'amministrazione cittadina decise di celebrare l'evento con un nuovo edificio sacro. Il progetto fu affidato all'architetto Ferdinando Bonsignore, che si ispirò apertamente al Pantheon di Roma. La prima pietra fu posta nel 1818 e i lavori si conclusero nel 1831, sotto il regno di Carlo Alberto.
L'iscrizione sul frontone ricorda esplicitamente l'occasione: l'ordine e il popolo torinese dedicano il tempio per l'arrivo del re. Nella cripta, nel Novecento, è stato sistemato un sacrario dedicato ai caduti torinesi della Prima guerra mondiale, che aggiunge alla chiesa una dimensione di memoria civile spesso trascurata da chi la visita soltanto per le sue leggende. Davanti alla facciata si trova inoltre il monumento allo stesso Vittorio Emanuele I.
Le due statue della scalinata
Ai lati della scalinata siedono due grandi statue allegoriche, la Fede e la Religione. La Fede regge con una mano un calice, mentre la Religione tiene una croce e le tavole della Legge. Si tratta di un linguaggio iconografico tradizionale, diffuso nell'arte sacra dell'epoca, che non richiede alcuna spiegazione segreta per essere compreso: il calice è il simbolo eucaristico per eccellenza, mentre le tavole richiamano l'alleanza dell'Antico Testamento.
Proprio quel calice, però, ha dato origine alla leggenda più celebre. Secondo racconti diffusi nel secondo Novecento, la statua della Fede indicherebbe con lo sguardo il luogo in cui sarebbe nascosto il Santo Graal, la coppa dell'Ultima Cena cercata dai cavalieri dei romanzi medievali. Le versioni divergono su dove si posi quello sguardo, e nessuna fonte storica collega la chiesa al Graal.
Il Graal tra letteratura e suggestione
Il Graal entra nella letteratura europea alla fine del XII secolo con il Perceval di Chrétien de Troyes e si arricchisce poi di significati cristiani nei romanzi successivi. Da allora molte città hanno rivendicato un legame con la coppa sacra. La versione torinese è recente e si inserisce nel racconto della città magica, collocando la Gran Madre sul versante della luce. Ha contribuito al suo successo anche la presenza in città della Sindone, che ha reso naturale immaginare Torino come custode di altre reliquie legate alla Passione.
La Gran Madre di Dio rimane soprattutto un manifesto dell'architettura neoclassica e della Restaurazione sabauda. La leggenda del Graal, raccontata per quello che è, aggiunge un fascino ulteriore, ma il vero tesoro dell'edificio è la sua storia: un voto civico, un modello romano, un'iconografia chiara e la memoria dei caduti custodita nella cripta.