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Cuma e l'antro della Sibilla

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Il lago d'Averno e i Campi Flegrei, porta degli Inferi →
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La più antica colonia greca d'Occidente e la profetessa di Apollo cantata da Virgilio: storia, mito e archeologia dell'antro della Sibilla Cumana.

Sulla costa dei Campi Flegrei, a nord di Pozzuoli, si estendono le rovine di Cuma, considerata la più antica colonia greca sul continente italiano. Fu fondata nell'VIII secolo avanti Cristo da coloni provenienti dall'Eubea, che avevano già occupato l'isola di Ischia, l'antica Pithekoussai. Da qui la cultura greca, e con essa l'alfabeto, si diffuse tra i popoli della penisola. Ma Cuma è celebre soprattutto per una figura femminile: la Sibilla, la profetessa di Apollo che, secondo la tradizione, pronunciava i suoi oracoli da una grotta scavata nella roccia.

La Sibilla di Virgilio

La rappresentazione più famosa della Sibilla Cumana si trova nel sesto libro dell'Eneide. Enea, giunto in Italia, si reca da lei per chiedere di discendere nel regno dei morti e incontrare il padre Anchise. Virgilio descrive la sacerdotessa invasata dal dio, mentre dall'antro escono le sue risposte oscure: «horrendas canit ambages antroque remugit». La Sibilla accompagna poi l'eroe attraverso l'ingresso degli Inferi, che il poeta colloca presso il vicino lago d'Averno, in un paesaggio di boschi cupi e vapori.

Ovidio, nelle «Metamorfosi», narra un'altra storia. Apollo, innamorato della giovane, le avrebbe concesso di vivere tanti anni quanti erano i granelli di polvere che stringeva in mano, ma lei dimenticò di chiedere anche l'eterna giovinezza. Condannata a invecchiare senza morire, la Sibilla si consumò fino a diventare quasi soltanto una voce. Petronio, nel «Satyricon», fa dire a un personaggio di averla vista appesa in un'ampolla, mentre desiderava soltanto morire.

I libri sibillini

Alla Sibilla Cumana è legata anche una celebre leggenda romana. Secondo gli storici antichi, una vecchia misteriosa offrì al re Tarquinio nove libri di profezie a un prezzo altissimo. Al rifiuto del sovrano, ne bruciò tre e chiese la stessa cifra per i rimanenti; poi ne bruciò altri tre. Il re, colpito, acquistò gli ultimi tre al prezzo iniziale. I libri sibillini furono custoditi sul Campidoglio e consultati nei momenti di crisi da un collegio di sacerdoti, finché andarono distrutti nell'incendio del tempio di Giove nell'83 avanti Cristo.

L'antro scoperto da Maiuri

Nel 1932 l'archeologo Amedeo Maiuri riportò alla luce, sotto l'acropoli di Cuma, una lunga galleria a sezione trapezoidale scavata nel tufo, lunga oltre cento metri, illuminata da aperture laterali verso il mare e terminante in un ambiente più interno. Colpito dalla corrispondenza con la descrizione virgiliana, Maiuri la identificò con l'antro della Sibilla, e con questo nome la galleria è conosciuta ancora oggi da studiosi e visitatori.

Studi successivi hanno messo in dubbio l'identificazione, proponendo che la galleria fosse in origine un'opera militare o un passaggio legato alle fortificazioni dell'acropoli, poi riutilizzato in età diverse. Il dibattito resta aperto. Sull'acropoli si trovano inoltre i resti dei templi tradizionalmente attribuiti ad Apollo e a Giove, trasformati in chiese in età paleocristiana, a conferma di una sacralità che ha attraversato le religioni.

Qualunque fosse la funzione originaria della galleria, Cuma resta il luogo in cui la tradizione classica ha collocato il confine tra il mondo dei vivi e quello della profezia. La Sibilla Cumana entrò anche nell'arte cristiana: Michelangelo la dipinse sulla volta della Cappella Sistina tra le veggenti che avrebbero annunciato la venuta di Cristo. Percorrere il corridoio di tufo, con la luce che entra di taglio, aiuta a capire perché poeti e pellegrini abbiano immaginato qui la voce del dio.