Raimondo di Sangro, il principe alchimista di Sansevero
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Vita, invenzioni e leggende di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero: scienziato, massone e presunto alchimista nella Napoli del Settecento.
Pochi personaggi hanno alimentato la fantasia napoletana quanto Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero. Nato a Torremaggiore, in Puglia, il 30 gennaio 1710 e morto a Napoli il 22 marzo 1771, fu soldato, letterato, inventore e mecenate. La sua vita si svolse tra il palazzo di famiglia in piazza San Domenico Maggiore e la cappella gentilizia che fece trasformare in uno dei monumenti più enigmatici d'Europa. Intorno a lui la città costruì presto una leggenda nera, alimentata dai fumi e dalle luci notturne dei suoi laboratori.
Una formazione da enciclopedista
Rimasto presto orfano di madre e affidato alle cure del nonno, il giovane Raimondo fu mandato a studiare a Roma presso il Seminario Romano retto dai Gesuiti. Lì ricevette un'educazione vastissima: lingue antiche e moderne, filosofia, matematica, scienze naturali, architettura militare e pirotecnia. Rientrato a Napoli, assunse il titolo e si inserì nella vita intellettuale del regno di Carlo di Borbone. Fu accolto nell'Accademia della Crusca con il nome di «Esercitato», segno di una reputazione che superava i confini del Mezzogiorno.
Nel suo palazzo allestì una tipografia privata, capace secondo le cronache di stampare a più colori in un solo passaggio. Da quei torchi uscì nel 1751 la «Lettera apologetica», un trattato sui quipu, le cordicelle annodate con cui gli Inca registravano informazioni. L'opera, ricca di digressioni sulla natura dei segni e sulla trasmissione del sapere, fu condannata dall'autorità ecclesiastica e messa all'Indice dei libri proibiti.
Le invenzioni e la massoneria
Le fonti del tempo gli attribuiscono un elenco sorprendente di esperimenti: tessuti impermeabili per l'esercito, una carrozza capace di procedere sull'acqua, nuovi pigmenti per la pittura, fuochi d'artificio dalle tinte inedite. Il principe sostenne inoltre di aver ottenuto un «lume eterno», una fiamma che ardeva senza consumarsi. Di molte di queste invenzioni resta soltanto la descrizione, ma esse rivelano una mente che univa la curiosità sperimentale dell'Illuminismo al gusto barocco per il meraviglioso.
Raimondo fu anche Gran Maestro della massoneria napoletana intorno al 1750. Quando nel 1751 papa Benedetto XIV rinnovò la condanna delle logge e il re ne vietò le riunioni, il principe abiurò e consegnò al sovrano i nomi degli affiliati. La scelta, dettata da prudenza politica, gli costò l'ostilità di molti confratelli, ma non spense la sua fama di uomo legato a sapienze segrete.
Nasce la leggenda nera
Il popolo vedeva le finestre del palazzo illuminate fino a tarda notte e sentiva parlare di alambicchi, sostanze misteriose e corpi umani. Nacquero così racconti di patti col demonio, di servitori sacrificati agli esperimenti, perfino di un principe che si sarebbe fatto smembrare per poi risorgere. Benedetto Croce, nelle sue «Storie e leggende napoletane», mostrò come la memoria popolare avesse trasformato lo studioso in un negromante. Sono storie prive di fondamento documentario, ma rivelano il modo in cui una città guardava a un sapere che non comprendeva.
Oggi la figura di Raimondo di Sangro viene studiata come quella di un erudito tipico del Settecento, sospeso tra scienza nascente e tradizione ermetica. La sua eredità più visibile resta la Cappella Sansevero, dove arte, simbolo e sperimentazione si fondono in un programma iconografico unico. Chi la visita entra, in un certo senso, nella mente stessa del principe e nei suoi interrogativi sulla vita, sulla morte e sulla conoscenza.