Le anime pezzentelle e il Cimitero delle Fontanelle
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- Napoli e il Sud
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Nel rione Sanità migliaia di teschi anonimi furono adottati dai napoletani: storia del culto delle anime pezzentelle e della sua proibizione nel 1969.
Ai piedi della collina di Materdei, nel rione Sanità, si apre una grande cavità scavata nel tufo. Per secoli fu una cava di pietra, poi divenne il luogo in cui Napoli depose i suoi morti senza nome. Il Cimitero delle Fontanelle custodisce ancora oggi una distesa impressionante di ossa e di teschi, allineati lungo navate naturali alte decine di metri. Qui è fiorito uno dei culti popolari più singolari d'Europa, quello delle anime pezzentelle, le anime povere e dimenticate del Purgatorio.
Un ossario nato dalle epidemie
La cava fu usata come luogo di sepoltura soprattutto dopo le grandi epidemie che colpirono la città. La peste del 1656, che uccise una parte enorme della popolazione napoletana, e il colera del 1836 riempirono le chiese e le fosse comuni. Molti resti furono trasportati nelle cave fuori dalle mura, tra cui quella delle Fontanelle, così chiamata per le antiche sorgenti della zona. Anche le ossa rimosse dalle chiese durante i lavori urbani finirono qui.
Nel 1872 il sacerdote Gaetano Barbati, con l'aiuto di donne del quartiere, intraprese la sistemazione delle ossa, che furono ordinate in cataste e file. Da allora il cimitero assunse l'aspetto che conosciamo: un immenso ossario anonimo, in cui ogni teschio rappresenta una persona di cui nessuno ricorda più il nome. Accanto alle cataste furono collocate alcune croci, piccole cappelle e statue sacre, che trasformarono la cava in una sorta di chiesa sotterranea. La luce che filtra dall'ingresso, appena sufficiente a distinguere le forme, contribuisce ancora oggi all'atmosfera raccolta del luogo.
Adottare un teschio
Il culto delle anime pezzentelle nacque da una convinzione profonda della pietà popolare: le anime del Purgatorio prive di parenti che pregassero per loro soffrivano più a lungo. I napoletani cominciarono così ad «adottare» un teschio, che chiamavano capuzzella. Lo pulivano, lo ponevano su un cuscino o in una piccola teca, gli portavano fiori, lumini e preghiere. In cambio, secondo la credenza, l'anima avrebbe concesso protezione e grazie.
Il legame si costruiva spesso attraverso i sogni. L'anima appariva al devoto, rivelava la propria storia, talvolta suggeriva numeri da giocare al lotto. Alcuni teschi divennero famosi, come quello del «Capitano» o la cosiddetta «capa che suda», la cui superficie umida era interpretata come segno di risposta alle preghiere. Attorno a questi teschi si formavano piccole comunità di devoti.
La proibizione e la memoria
Nel 1969 la Curia di Napoli, guidata dal cardinale Corrado Ursi, dispose la chiusura del culto, giudicandolo superstizioso e lontano dalla dottrina. Il cimitero fu chiuso per lungo tempo e la devozione proseguì in forma più discreta. Un culto analogo si praticava, e in parte si pratica ancora, nell'ipogeo della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali.
Oggi le Fontanelle sono un luogo di visita e di memoria. Le file ordinate di teschi raccontano la storia delle epidemie, della povertà e di una città che non ha mai separato del tutto i vivi dai morti. Il rapporto quotidiano con le anime anonime resta una delle chiavi per comprendere la spiritualità popolare napoletana.