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La Parigi di Nicolas Flamel: lo scrivano che divenne alchimista

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Nicolas Flamel tra storia e leggenda: lo scrivano parigino morto nel 1418, la casa di rue de Montmorency, la sua lapide e il mito della pietra filosofale.

Pochi nomi della storia dell'alchimia sono noti al grande pubblico quanto quello di Nicolas Flamel. Romanzi, film e guide turistiche lo presentano come l'uomo che trovò la pietra filosofale e conquistò l'immortalità. I documenti d'archivio raccontano però un'altra storia, quella di un borghese parigino del Trecento, devoto e benestante, la cui fama di alchimista nacque quasi due secoli dopo la sua morte. Seguire le sue tracce a Parigi permette di vedere come una biografia ordinaria si trasformi in leggenda.

Lo scrivano di Saint-Jacques-la-Boucherie

Flamel nacque probabilmente intorno al 1330 e lavorò come scrivano e libraio giurato, cioè come copista e commerciante di libri autorizzato dall'Università. La sua bottega si trovava presso la chiesa di Saint-Jacques-la-Boucherie, sulla riva destra della Senna. Sposò Pernelle, una vedova benestante, e con lei accumulò un patrimonio considerevole, investito in case e terreni a Parigi.

I due coniugi finanziarono opere pie e lavori nelle chiese, tra cui decorazioni al cimitero degli Innocenti e alla stessa Saint-Jacques. Pernelle morì nel 1397 e Nicolas nel 1418. Fu sepolto in Saint-Jacques-la-Boucherie, chiesa demolita dopo la Rivoluzione, di cui sopravvive soltanto il campanile cinquecentesco, la Tour Saint-Jacques. La sua lapide, con l'immagine di Cristo e dei santi Pietro e Paolo, è oggi conservata al Museo di Cluny.

La casa di rue de Montmorency

Al numero 51 di rue de Montmorency sorge una casa del 1407 che la tradizione indica come una delle proprietà di Flamel. Era stata costruita per offrire alloggio ai poveri, ai quali si chiedeva in cambio di pregare per i benefattori. Sulla facciata corre ancora un'iscrizione in francese antico che invita a recitare un Padre Nostro e un'Ave Maria per i defunti, insieme a lettere e figure scolpite.

È una delle case più antiche di Parigi e testimonia una forma di carità tipica del tardo Medioevo, legata alla preoccupazione per la salvezza dell'anima. Nulla, in questa iscrizione, rimanda all'alchimia: è il linguaggio della devozione popolare, comune a molte fondazioni dell'epoca. Al piano terreno della casa ha sede oggi un ristorante, ma le travi e le pietre della facciata conservano l'aspetto di una dimora medievale.

Come nacque il mito dell'alchimista

Nel 1612 fu pubblicato a Parigi il Livre des figures hiéroglyphiques, attribuito a Flamel. Il testo racconta che egli avrebbe acquistato un misterioso libro di Abramo l'Ebreo e, dopo un viaggio in Spagna, ne avrebbe compreso il segreto, realizzando la trasmutazione dei metalli. Gli studiosi ritengono che l'opera sia un falso del Seicento, e il suo autore reale resta discusso.

Da allora la leggenda crebbe senza sosta. Nel Settecento il viaggiatore Paul Lucas riferì di aver sentito che Flamel e Pernelle erano ancora vivi in Oriente, e la ricchezza dei coniugi venne spiegata con l'oro alchemico invece che con l'eredità e gli investimenti. Le figure delle loro donazioni religiose furono rilette come simboli della Grande Opera.

La vicenda di Flamel è un esempio perfetto di come l'alchimia del Seicento cercasse padri illustri nel passato. Oggi, passeggiando tra la Tour Saint-Jacques e rue de Montmorency, si può rendere omaggio sia all'uomo reale, scrivano e benefattore, sia al personaggio immaginario che i secoli successivi hanno costruito attorno al suo nome.