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Matera, i Sassi e il sacro scavato nella roccia

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Napoli e il Sud
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Otranto e il mosaico dell'albero della vita →
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Grotte abitate da millenni, chiese rupestri affrescate e la festa della Bruna: il volto antico e simbolico di Matera, città dei Sassi in Basilicata.

Pochi luoghi al mondo mostrano la continuità della presenza umana come Matera. Su un costone di roccia che si affaccia sul profondo vallone della Gravina, gli abitanti hanno scavato per millenni grotte, cisterne, case e chiese, dando vita ai rioni detti Sassi: il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso, separati dalla collina della Civita su cui sorge la cattedrale. Riconosciuti Patrimonio dell'UNESCO nel 1993 e capitale europea della cultura nel 2019, i Sassi custodiscono un patrimonio straordinario di memorie sacre e popolari.

Una città scavata

Sull'altopiano della Murgia materana, di fronte alla città, si trovano tracce di insediamenti preistorici e villaggi trincerati del Neolitico. Nel corso dei secoli la calcarenite locale, chiamata comunemente tufo, fu scavata per ricavare abitazioni che si sviluppavano in profondità nella roccia, con facciate costruite all'esterno. Un ingegnoso sistema di canali e cisterne raccoglieva l'acqua piovana, risorsa preziosa in una terra arida. Il Palombaro Lungo, sotto piazza Vittorio Veneto, è una delle cisterne più grandi e impressionanti della città.

Nel Novecento la vita nei Sassi era diventata durissima, con famiglie e animali stipati negli stessi ambienti e condizioni igieniche drammatiche. Carlo Levi ne descrisse la miseria nel suo celebre libro sul confino in Lucania, attirando l'attenzione nazionale. Con una legge speciale del 1952 lo Stato avviò lo sfollamento degli abitanti verso nuovi quartieri costruiti appositamente. I Sassi rimasero a lungo vuoti, prima di una lenta e straordinaria rinascita.

Le chiese rupestri

Nel territorio di Matera si contano più di cento chiese scavate nella roccia, molte delle quali affrescate tra l'Alto Medioevo e l'età moderna. Vi si intrecciano influenze latine e bizantine, legate anche alla presenza di comunità monastiche di tradizione orientale. Santa Maria de Idris, Santa Lucia alle Malve e San Pietro Barisano conservano pitture di santi, Madonne e scene sacre consumate dal tempo e dall'umidità, ma ancora capaci di trasmettere una devozione intensa.

Il caso più celebre è la Cripta del Peccato Originale, nella gravina di Picciano, riscoperta nel 1963. Le sue pareti mostrano un ciclo di affreschi databile tra l'VIII e il IX secolo, con la creazione della luce e delle tenebre, Adamo ed Eva e il serpente, accanto alle figure degli apostoli e della Vergine. È uno dei documenti più antichi della pittura altomedievale nel Mezzogiorno e un esempio commovente di teologia raccontata per immagini.

La Bruna e il carro distrutto

Il 2 luglio Matera celebra la sua patrona, la Madonna della Bruna, con una festa le cui origini si fanno risalire almeno al Trecento. Il momento culminante è lo «strazzo»: un grande carro trionfale di cartapesta, costruito per mesi dagli artigiani, viene assalito e fatto a pezzi dalla folla dopo aver condotto in processione l'immagine sacra. I frammenti vengono portati a casa come ricordo e come segno di buon auspicio per l'anno.

Il significato del rito è discusso. La tradizione parla di un'antica usanza nata per impedire che il carro cadesse in mani nemiche; gli antropologi vi leggono un rito di distruzione e rinnovamento, simile a quelli che segnano il ciclo dell'anno agrario. Matera insegna così che il sacro, nel Sud, non abita soltanto le cattedrali: vive nelle grotte, nelle cisterne, nei muri anneriti dal fumo delle lampade e nelle feste collettive, in un dialogo ininterrotto tra la roccia e chi la abita.