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La Sirena Partenope e le origini mitiche di Napoli

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Napoli e il Sud
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Dalla sirena vinta dal canto di Ulisse alla città di Neapolis: il mito di Partenope, la sua tomba, i giochi in suo onore e le immagini che la ricordano.

Prima di chiamarsi Neapolis, «città nuova», Napoli portava il nome di una sirena. Partenope era, secondo il mito greco, una delle creature che con il loro canto attiravano i marinai verso la morte. Le fonti antiche non concordano sui nomi e sul numero delle sirene, ma Partenope compare spesso insieme a Ligea e Leucosia. Il suo nome, che in greco richiama la parola parthenos, «vergine», è rimasto legato alla città come un secondo nome poetico, vivo ancora oggi nell'aggettivo «partenopeo».

Il mito della sirena respinta

Secondo una tradizione diffusa, le sirene si gettarono in mare dopo che Ulisse riuscì a superare indenne il loro canto, facendosi legare all'albero della nave mentre i compagni avevano le orecchie chiuse con la cera, come narra l'Odissea. Nel poema omerico, però, le sirene sono due e restano senza nome; fu la tradizione successiva ad arricchirne la storia. Il poeta ellenistico Licofrone, nell'«Alessandra», racconta che il corpo di Partenope fu spinto dalle onde fino alle rive del futuro golfo di Napoli, e che lì gli abitanti la onorarono con libagioni e sacrifici.

Esistono anche versioni più tarde e romanzesche, secondo cui Partenope non sarebbe stata una sirena ma una fanciulla greca fuggita per amore insieme al giovane Cimone e approdata sulle rive del golfo. Questi racconti mostrano come il mito, nei secoli, sia stato adattato ai gusti di epoche diverse, perdendo il suo lato oscuro per diventare una storia di fondazione amorosa, più rassicurante per una città che voleva riconoscersi in un'eroina gentile.

La tomba e i giochi

Gli autori antichi ricordano che a Napoli si mostrava la tomba di Partenope. Il geografo Strabone, vissuto in età augustea, la cita espressamente e aggiunge che in suo onore si celebravano gare ginniche. Altre testimonianze parlano di una lampadedromia, una corsa con le fiaccole, che secondo la tradizione sarebbe stata istituita da un comandante navale ateniese. Dove si trovasse il sepolcro non è noto: le ipotesi lo collocano sull'altura di Pizzofalcone, nei pressi dell'isolotto di Megaride o in altre zone della città antica.

La storia documentata conferma che il primo insediamento, fondato dai coloni di Cuma tra l'VIII e il VII secolo avanti Cristo, si chiamava proprio Parthenope e sorgeva sul promontorio di Pizzofalcone. Nel V secolo fu fondata più a est la nuova città, Neapolis, mentre il nucleo antico prese il nome di Palepolis, la «città vecchia». Il nome della sirena sopravvisse come memoria sacra delle origini e come titolo d'onore della città.

Partenope nell'immagine della città

La sirena non ha mai lasciato Napoli. Nel Cinquecento, nel centro antico, fu realizzata la fontana della Spinacorona, nota popolarmente come «fontana delle zizze»: mostra una sirena che spegne con l'acqua dei propri seni le fiamme del Vesuvio. L'immagine trasforma l'antica seduttrice in protettrice della città contro il vulcano. Statue e decorazioni hanno continuato a riproporne la figura, spesso con la coda di pesce dell'iconografia medievale, anche se le sirene greche erano raffigurate come donne con il corpo di uccello.

Il mito di Partenope racconta un passaggio decisivo: il canto che conduceva alla morte si trasforma nel principio di una comunità. La creatura vinta dall'astuzia di Ulisse diventa la madre simbolica di una città che ha fatto della musica, della voce e del mare i tratti più profondi della propria identità. In questo rovesciamento, tipico dei miti di fondazione, la paura del pericolo si muta in culto e in appartenenza.