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La Cappella Sansevero e il mistero del Cristo velato

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Napoli e il Sud
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Dal Cristo velato di Sanmartino alle macchine anatomiche: una guida ai simboli della Cappella Sansevero, tempio barocco voluto da Raimondo di Sangro.

In un vicolo del centro antico di Napoli, a pochi passi da piazza San Domenico Maggiore, sorge una chiesa che molti considerano un libro di pietra. È la Cappella Sansevero, dedicata a Santa Maria della Pietà e chiamata anche Pietatella. Nata come cappella funeraria della famiglia di Sangro tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, fu radicalmente trasformata a partire dagli anni Quaranta del Settecento da Raimondo di Sangro, che ne fece un percorso allegorico sulla virtù, sulla morte e sulla liberazione dell'anima.

L'origine e la tradizione del miracolo

Secondo la tradizione, la cappella nacque da un episodio prodigioso. Un uomo innocente, condotto in catene lungo quella strada, avrebbe visto crollare un tratto del muro del giardino dei di Sangro e apparire un'immagine della Madonna. Promise un dono se fosse stato liberato e, ottenuta la libertà, mantenne la parola facendo dipingere un'iscrizione e collocando una lampada d'argento davanti all'immagine. Giovan Francesco di Sangro, guarito a sua volta da una grave malattia dopo aver pregato davanti all'immagine, avrebbe fatto erigere la prima cappella.

Il Cristo velato e le statue delle virtù

Al centro della navata giace il Cristo velato, scolpito da Giuseppe Sanmartino e completato nel 1753. Il corpo morto di Gesù è coperto da un sudario così sottile da lasciar trasparire i lineamenti, le vene gonfie, le ferite. Una leggenda tenace sostiene che il velo sarebbe stato ottenuto dal principe con un procedimento alchemico, trasformando in marmo un tessuto vero. Le analisi e i documenti dicono il contrario: l'opera è ricavata da un unico blocco, e il suo segreto è soltanto l'abilità straordinaria dello scultore.

Lungo le pareti si allineano le statue delle virtù, ciascuna legata a un membro della famiglia. La Pudicizia di Antonio Corradini, dedicata alla madre del principe, Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, è una donna avvolta in un velo trasparente, allusione alla vita interrotta troppo presto. Di fronte, il Disinganno di Francesco Queirolo, dedicato al padre Antonio, mostra un uomo che si libera da una rete con l'aiuto di un genio alato: un'immagine della mente che si scioglie dall'errore.

Le macchine anatomiche

Nella cavea sotterranea sono conservate due «macchine anatomiche», gli scheletri di un uomo e di una donna con un fittissimo sistema circolatorio ricostruito. Furono realizzate intorno al 1763 dal medico palermitano Giuseppe Salerno. La leggenda popolare racconta che il principe avesse iniettato nelle vene di due servitori ancora vivi una sostanza capace di metallizzarle. Gli studi più recenti hanno mostrato che i vasi sono in gran parte ricostruiti con fili metallici e cera colorata: un modello didattico, non un esperimento crudele.

La volta, affrescata da Francesco Maria Russo nel 1749 con la Gloria del Paradiso, e il pavimento originario a disegno labirintico, oggi in gran parte perduto, completavano il programma. Ogni elemento della cappella invita a leggere l'arte come un cammino iniziatico, dall'illusione dei sensi alla conoscenza. Che il principe avesse in mente un percorso massonico è un'ipotesi diffusa, sostenuta da molti indizi ma non da un documento esplicito.