Tarquinia etrusca: le tombe dipinte e il mito di Tagete
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- Roma e l'Italia centrale
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La necropoli dei Monterozzi, le tombe degli Auguri, dei Leopardi e dell'Orco, i cavalli alati e Tagete, il fanciullo che insegnò l'arte degli aruspici.
A pochi chilometri dal mare, nel nord del Lazio, Tarquinia custodisce uno dei patrimoni più straordinari del mondo antico. Sotto i campi della collina dei Monterozzi si aprono migliaia di tombe etrusche, e circa duecento di esse conservano pitture murali che ci mostrano banchetti, danze, giochi, cacce e demoni dell'oltretomba. Secondo il mito, proprio nelle terre di Tarquinia nacque la scienza religiosa degli Etruschi, rivelata da un essere misterioso emerso da un solco.
Il fanciullo uscito dalla terra
Cicerone, nel trattato Sulla divinazione, riferisce la leggenda di Tagete. Un contadino stava arando un campo nel territorio di Tarquinia quando, da un solco più profondo, emerse un essere con l'aspetto di un fanciullo e la saggezza di un vecchio. Accorsero gli Etruschi, e Tagete dettò loro i principi della disciplina che permetteva di interpretare la volontà degli dèi. Cicerone stesso, però, tratta il racconto con scetticismo.
Gli insegnamenti di Tagete furono raccolti, secondo la tradizione, nei libri della disciplina etrusca, che riguardavano l'esame delle viscere degli animali, l'interpretazione dei fulmini e le regole dei riti. Gli aruspici etruschi erano consultati anche dai romani fino alla tarda antichità. Un celebre modello bronzeo di fegato, ritrovato nel 1877 presso Piacenza, mostra le divisioni del cielo attribuite alle diverse divinità.
Le pitture della necropoli
La necropoli dei Monterozzi conta circa seimila sepolture. Tra le tombe dipinte più antiche c'è quella degli Auguri, della seconda metà del VI secolo a.C., con figure di lottatori e un personaggio mascherato indicato dall'iscrizione come Phersu. La tomba della Caccia e della Pesca mostra un mare popolato di pesci e uccelli, con un giovane che si tuffa da uno scoglio, mentre la tomba dei Leopardi, del V secolo, raffigura un banchetto con musicisti e danzatori.
Con il passare del tempo il tono delle pitture cambia. Nella tomba dell'Orco, del IV secolo a.C., compaiono il profilo di una nobildonna, Velia, e le divinità degli inferi, Aita e Phersipnai, corrispondenti a Ade e Persefone, accanto a demoni dall'aspetto minaccioso. L'aldilà diventa un luogo più cupo, popolato da guardiani e accompagnatori delle anime.
I cavalli alati e la città dei re
Nel palazzo Vitelleschi, sede del Museo archeologico nazionale, si conservano i celebri cavalli alati in terracotta che decoravano il tempio dell'Ara della Regina, sul pianoro dove sorgeva la città antica. Sono tra le opere più eleganti dell'arte etrusca e sono diventati il simbolo di Tarquinia. Il museo espone anche sarcofagi con i defunti raffigurati distesi sul coperchio e alcune pitture staccate dalle tombe per proteggerle.
La tradizione romana collegava a Tarquinia anche la dinastia dei Tarquini, che regnò su Roma. Livio racconta che Tarquinio Prisco, figlio di un esule corinzio, vi era nato e cresciuto prima di trasferirsi a Roma; giunto presso il Gianicolo, un'aquila gli avrebbe tolto e poi rimesso il copricapo, presagio di regno interpretato dalla moglie Tanaquil. Dal 2004 le necropoli di Tarquinia e di Cerveteri sono patrimonio UNESCO.
Scendere in una tomba dipinta di Tarquinia significa incontrare gli Etruschi come amavano rappresentarsi: a banchetto, in festa, accompagnati da musica e danze. Le loro immagini, insieme al mito di Tagete, raccontano un popolo che cercava di leggere i segni del cielo e della terra, e che vedeva nella morte un passaggio da celebrare.