Gli obelischi egizi di Roma e il sogno dei geroglifici
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- Roma e l'Italia centrale
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Dal Laterano a piazza della Minerva: come gli obelischi giunsero a Roma, come Sisto V li rialzò e perché i geroglifici sembrarono una sapienza segreta.
Nessuna città al mondo, nemmeno in Egitto, possiede tanti obelischi antichi quanti Roma. Se ne contano tredici, alcuni portati dalla valle del Nilo dagli imperatori, altri realizzati in età romana imitando i modelli egizi. Per secoli queste aguglie di granito, coperte di segni misteriosi, alimentarono l'idea che i geroglifici custodissero una sapienza segreta. La loro storia unisce la propaganda imperiale, l'ingegneria del Rinascimento e la grande passione europea per l'Egitto ermetico.
Dal Nilo al Tevere
Il primo a portare obelischi a Roma fu Augusto, che dopo la conquista dell'Egitto ne fece trasportare due: uno, oggi in piazza del Popolo, fu collocato nel Circo Massimo nel 10 a.C. Caligola fece giungere l'obelisco ora in piazza San Pietro, privo di iscrizioni, per il suo circo sul colle Vaticano. Il più grande, oggi in piazza San Giovanni in Laterano, risale al faraone Thutmosi III e fu portato a Roma dall'imperatore Costanzo II nel 357.
Per gli antichi gli obelischi erano simboli del sole e trofei di conquista. Dopo la caduta dell'impero quasi tutti crollarono e furono sepolti. Solo l'obelisco vaticano rimase in piedi per tutto il Medioevo, accanto all'antica basilica, e la tradizione popolare credeva che la sfera bronzea sulla sua cima contenesse le ceneri di Giulio Cesare.
Sisto V e l'impresa di Domenico Fontana
Alla fine del Cinquecento papa Sisto V decise di rialzare gli obelischi come fulcri del nuovo piano urbanistico di Roma, sormontandoli con croci. Nel 1586 l'architetto Domenico Fontana spostò l'obelisco vaticano al centro della piazza, con un'operazione che impiegò centinaia di uomini e decine di cavalli. Seguirono gli obelischi dell'Esquilino, del Laterano e di piazza del Popolo.
Una leggenda racconta che durante l'innalzamento, mentre vigeva l'ordine del silenzio assoluto, le funi stessero per spezzarsi per l'attrito. Un marinaio ligure di nome Bresca avrebbe gridato di bagnarle con acqua, salvando l'impresa. Invece di punirlo, il papa avrebbe concesso alla sua famiglia il privilegio di fornire le palme per la Domenica delle Palme. Il racconto non è documentato con certezza, ma è molto amato.
Kircher, l'elefante e la sapienza egizia
Nel Rinascimento si diffuse un testo tardoantico, gli Hieroglyphica di Horapollo, che spiegava i geroglifici come simboli morali e filosofici. Si credeva quindi che fossero una scrittura sacra di idee, non di suoni. Nel Seicento il gesuita tedesco Athanasius Kircher, attivo a Roma, dedicò volumi interi alla loro interpretazione, tra cui uno sull'obelisco di piazza Navona pubblicato nel 1650. Le sue letture erano erudite ma in gran parte errate.
Nel 1667 Gian Lorenzo Bernini collocò un piccolo obelisco davanti a Santa Maria sopra Minerva sul dorso di un elefante di marmo, ispirato a un'immagine del Polifilo. L'iscrizione alla base spiega che serve una mente robusta per sostenere la sapienza. Solo nel 1822 Jean-François Champollion dimostrò che i geroglifici erano in gran parte segni fonetici, chiudendo un'epoca.
Gli obelischi di Roma raccontano dunque due storie. Una è quella dell'Egitto reale, dei faraoni e dei loro templi. L'altra è quella dell'Egitto immaginato dall'Europa, terra di sapienza nascosta e di misteri. Entrambe fanno parte del paesaggio della città, e camminare da un obelisco all'altro è un modo per attraversarle.