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Il tempio di Vesta e le Vestali, custodi del fuoco di Roma

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Roma e l'Italia centrale
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Ermete Trismegisto e le Sibille nel pavimento del Duomo di Siena →
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Il tempio rotondo del Foro, il fuoco perenne, il Palladio e le sacerdotesse vergini: storia, privilegi e fine del culto di Vesta nell'antica Roma.

Nel cuore del Foro Romano, tra la Regia e la casa delle sacerdotesse, si conservano i resti di un piccolo tempio circolare. Qui ardeva il fuoco di Vesta, la dea del focolare, che i romani consideravano legato alla sopravvivenza stessa della città. A custodirlo erano le Vestali, sei sacerdotesse vergini che godevano di onori eccezionali e rischiavano pene terribili. Il loro culto attraversò più di mille anni di storia, dalle origini leggendarie fino alla fine del IV secolo.

Un fuoco che non doveva spegnersi

Il tempio di Vesta aveva forma rotonda, forse a ricordo delle antiche capanne del Lazio. Al suo interno non c'era una statua della dea, ma soltanto il fuoco perenne. Ovidio, nei Fasti, lo dice chiaramente: «nec tu aliud Vestam quam vivam intellege flammam», non intendere Vesta altro che come fiamma viva. Il fuoco veniva rinnovato ogni anno il primo marzo, giorno che apriva l'antico anno romano.

In una parte segreta del tempio, il penus, si custodivano oggetti sacri che solo le Vestali potevano vedere. Tra questi, secondo la tradizione, c'era il Palladio, un'antica statuetta di Pallade che Enea avrebbe portato da Troia e da cui dipendeva la salvezza di Roma. L'edificio bruciò più volte; i resti attuali risalgono alla ricostruzione voluta da Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e furono in parte ricomposti negli anni Trenta del Novecento.

Le sacerdotesse vergini

Secondo la tradizione, il culto fu organizzato dal re Numa Pompilio. Le Vestali venivano scelte da bambine, tra i sei e i dieci anni, dal pontefice massimo, e servivano per trent'anni: dieci per imparare, dieci per officiare, dieci per insegnare. Vivevano nell'Atrio di Vesta, una grande casa accanto al tempio, dove si vedono ancora le basi delle statue dedicate alle Vestali massime.

Godevano di privilegi rari per le donne romane: potevano fare testamento, erano accompagnate da un littore e avevano posti d'onore agli spettacoli. Ma se il fuoco si spegneva venivano punite, e chi violava il voto di castità era sepolta viva in una camera sotterranea presso la porta Collina. Anche la madre di Romolo e Remo, Rea Silvia, era secondo il mito una Vestale.

La fine di un culto millenario

Alla fine del IV secolo l'imperatore Teodosio emanò leggi contro i culti pagani, e verso il 394 il fuoco di Vesta fu spento e l'ordine delle Vestali soppresso. Lo storico Zosimo racconta che Serena, nipote dell'imperatore, sottrasse una collana da una statua della Grande Madre e fu maledetta da un'anziana Vestale, l'ultima ancora presente. Il racconto riflette la percezione drammatica di quella fine.

Da ricordare anche un equivoco frequente: il tempio rotondo del Foro Boario e quello di Tivoli sono spesso chiamati tempio di Vesta, ma il primo era dedicato a Ercole Vincitore, e il secondo è di attribuzione incerta. Il vero santuario del fuoco romano è quello del Foro, dove il culto aveva il suo centro politico e religioso.

Davanti alle poche colonne del tempio di Vesta si può immaginare la fiamma che per secoli fu il cuore simbolico di Roma. Il culto delle Vestali mostra quanto la città affidasse la propria sicurezza a gesti quotidiani di custodia, e quanto il sacro antico fosse intrecciato con la vita civile e politica.