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Il Pantheon, tempio di tutti gli dèi e cielo di pietra

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Roma e l'Italia centrale
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Dalla dedica di Agrippa alla ricostruzione di Adriano, dalla cupola con l'oculo alla chiesa dei martiri: storia, simboli e leggende del Pantheon.

Pochi edifici al mondo hanno attraversato quasi diciannove secoli rimanendo in uso come il Pantheon. Sulla facciata si legge ancora il nome di Marco Agrippa, genero di Augusto, ma il tempio che ammiriamo fu ricostruito sotto l'imperatore Adriano, nei primi decenni del II secolo. La sua cupola, aperta al cielo da un grande occhio circolare, è stata letta per secoli come un'immagine del cosmo, e ancora oggi suscita lo stupore che colpiva i viaggiatori del Rinascimento.

Dalla dedica di Agrippa all'opera di Adriano

Il primo Pantheon fu fatto costruire da Agrippa negli anni Venti del I secolo a.C. Danneggiato da incendi, venne interamente ricostruito tra il 118 e il 125 circa, durante il regno di Adriano, che scelse di mantenere sul fronte l'iscrizione originaria. Le lettere bronzee ricordano infatti che Agrippa lo edificò durante il suo terzo consolato. Questo gesto di modestia apparente ha confuso a lungo la datazione, chiarita solo grazie allo studio dei bolli laterizi.

Lo storico Cassio Dione, nel III secolo, scriveva di non conoscere con certezza l'origine del nome. Proponeva due spiegazioni: le statue di molte divinità che vi erano collocate, oppure la forma della volta, simile al cielo. Già per gli antichi, dunque, l'edificio aveva una dimensione simbolica legata alla totalità degli dèi e all'immagine della volta celeste.

La cupola e l'occhio aperto

La cupola ha un diametro di circa quarantatré metri, pari all'altezza interna dell'edificio: una sfera ideale di queste dimensioni potrebbe esservi contenuta perfettamente. È la più grande cupola in calcestruzzo non armato mai costruita. I romani alleggerirono la struttura salendo verso l'alto, usando materiali sempre più leggeri come la pietra pomice, e scavando nella superficie interna cinque ordini di cassettoni che riducono il peso.

Al centro si apre l'oculo, largo circa nove metri, unica fonte di luce. Il disco del sole si sposta durante il giorno lungo le pareti e i cassettoni, come la lancetta di un enorme orologio. Alcuni studiosi hanno proposto che l'edificio fosse orientato per creare effetti di luce in date significative del calendario romano, ma si tratta di ipotesi discusse. Certo è che la pioggia entra liberamente, raccolta da piccoli fori nel pavimento leggermente convesso.

Da tempio pagano a chiesa dei martiri

Nel 609 l'imperatore bizantino Foca donò l'edificio a papa Bonifacio IV, che lo consacrò come Santa Maria ad Martyres. La tradizione racconta che vi furono trasportati molti carri di ossa di martiri dalle catacombe. Questa trasformazione salvò il Pantheon dalla rovina che colpì tanti templi. In ricordo della discesa dello Spirito Santo, nella festa di Pentecoste si fanno cadere petali di rose rosse dall'oculo, una tradizione ancora viva.

Una leggenda popolare racconta che l'oculo sarebbe stato aperto dal diavolo in fuga al momento della consacrazione cristiana. Nel 1625 papa Urbano VIII Barberini fece rimuovere il bronzo delle travi del portico, e una celebre pasquinata commentò: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini». Nel Pantheon riposano Raffaello, morto nel 1520, e i primi re d'Italia.

Entrare nel Pantheon significa passare da una piazza rumorosa a uno spazio sospeso, in cui la luce cade dall'alto e scandisce il tempo. Pagani e cristiani vi hanno letto, con linguaggi diversi, la stessa intuizione: che un edificio possa essere un modello ridotto dell'universo, e che la geometria possa diventare una forma di contemplazione.