Il Lapis niger del Foro: la pietra nera e la tomba di Romolo
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- 41.89° N, 12.48° E
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- Roma e l'Italia centrale
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Scoperto da Giacomo Boni nel 1899, il Lapis niger custodisce una delle più antiche iscrizioni latine e il ricordo di un luogo funesto per i romani.
Nel Foro Romano, davanti alla Curia e vicino all'arco di Settimio Severo, un tratto di pavimento in marmo nero si distingue dalle pietre chiare che lo circondano. È il Lapis niger, la «pietra nera», che già gli antichi consideravano un luogo carico di presagi. Sotto di esso gli scavi di fine Ottocento hanno rivelato un complesso arcaico con una delle più antiche iscrizioni in lingua latina, un documento prezioso per capire le origini di Roma.
Una scoperta di fine Ottocento
Nel gennaio del 1899 l'archeologo veneziano Giacomo Boni, che dirigeva gli scavi del Foro, individuò il pavimento nero nell'area del Comizio, lo spazio dove si riunivano le assemblee del popolo. Scavando al di sotto, trovò i resti di un piccolo santuario molto più antico: un altare, la base di una colonna e un cippo di tufo coperto di lettere incise. La scoperta suscitò un enorme interesse in Italia e all'estero.
Il pavimento nero risale probabilmente all'età tardo-repubblicana e fu posato per segnalare un luogo sacro che si voleva preservare ma non più rendere visibile. Il complesso sottostante è invece databile al VI secolo a.C., cioè all'epoca dei re. Oggi è protetto da una copertura e lo si osserva attraverso un percorso dedicato, quando aperto, o dall'alto attraverso la recinzione.
L'iscrizione del cippo
Il cippo reca un testo scritto in bustrofedico, cioè con le righe che cambiano direzione come i solchi tracciati dai buoi. La lingua è un latino arcaico, difficile da interpretare perché la pietra è mutila nella parte superiore. Vi si riconoscono alcune parole, tra cui un termine che significa «al re», uno che indica un araldo e una formula che dichiara sacro, o maledetto, chi violerà il luogo.
La presenza della parola «re» ha confermato che a Roma esisteva davvero una figura regale in età arcaica, come raccontavano le tradizioni. Non sappiamo però se si trattasse di un re politico o del rex sacrorum, il sacerdote che in età repubblicana conservò il titolo e alcune funzioni religiose. L'iscrizione resta oggetto di studio e di letture diverse da parte dei filologi.
Il sepolcro dei fondatori
Gli autori antichi associavano la pietra nera a una sepoltura illustre. Il grammatico Festo riferisce che indicava un luogo funesto, e che secondo alcuni era destinato alla morte di Romolo. Altri lo collegavano a Faustolo, il pastore che aveva allevato i gemelli, oppure a Osto Ostilio, nonno del re Tullo Ostilio. Lo storico Dionigi di Alicarnasso menziona un leone di pietra posto sul sepolcro di Faustolo nel Foro.
Gli scavi non hanno trovato resti umani, e oggi si pensa che il luogo fosse un santuario legato forse al culto di Vulcano, il cui altare, il Volcanal, sorgeva nelle vicinanze. La memoria di una tomba del fondatore va dunque intesa come tradizione: un modo con cui i romani collegavano lo spazio politico della città al suo mito d'origine.
Il Lapis niger è un monumento discreto, che molti visitatori del Foro superano senza accorgersene. Eppure in pochi metri quadrati si sovrappongono la Roma dei re, quella della repubblica e quella dell'archeologia moderna. È un esempio perfetto di come la città abbia sempre custodito i propri luoghi sacri, anche quando non ne ricordava più con precisione il significato.