Marchio registrato Studio Esoterico CornelioCittà MagicheUn sito dello Studio Esoterico Cornelio

Il Museo Egizio di Torino, dalla Mensa Isiaca a Champollion

Coordinate
45.07° N, 7.68° E
Tappa
Torino e il Nord Italia
Lettura
2 min di lettura
Successivo
Palazzo Madama, duemila anni di storia in un solo edificio →
45.07° N7.68° E

Dalla Mensa Isiaca studiata da Kircher alla collezione Drovetti e a Champollion: come il Museo Egizio fece di Torino una capitale dell'Egitto immaginato.

Molto prima che i turisti facessero la fila davanti al Museo Egizio, Torino coltivava un rapporto speciale con l'antico Egitto. Questo legame, che la tradizione esoterica ha spesso interpretato come segno di un destino iniziatico della città, ha in realtà una storia precisa fatta di collezionisti, sovrani e studiosi. Ripercorrerla permette di capire perché il museo torinese sia considerato il più importante al mondo dedicato all'Egitto dopo quello del Cairo.

La Mensa Isiaca e l'Egitto ermetico

Il primo oggetto egizio, o presunto tale, a rendere celebre la collezione sabauda fu la Mensa Isiaca, una tavola in bronzo con intarsi d'argento e altri metalli, decorata con figure di divinità e pseudo-geroglifici. Realizzata probabilmente in età romana, in Italia, da artigiani che imitavano lo stile egizio, fu acquisita dai Savoia nel Seicento dopo essere appartenuta al cardinale Pietro Bembo.

Per gli eruditi del Rinascimento e del Barocco la Mensa era una chiave per accedere alla sapienza di Ermete Trismegisto. Il gesuita Athanasius Kircher, nella sua monumentale opera Oedipus Aegyptiacus pubblicata a metà del Seicento, ne propose una lunga interpretazione simbolica. Le sue letture si rivelarono poi infondate, ma testimoniano quanto l'Egitto fosse percepito come patria dei misteri. Oggi la Mensa è conservata proprio al Museo Egizio, come documento della fortuna europea dell'Egitto immaginario.

La nascita del museo

Nel Settecento il re Carlo Emanuele III finanziò il viaggio in Egitto del naturalista Vitaliano Donati, che inviò a Torino alcuni reperti. La svolta arrivò nel 1824, quando il re Carlo Felice acquistò la vasta collezione raccolta da Bernardino Drovetti, console di Francia in Egitto, nato in Piemonte. Con migliaia di oggetti tra statue, papiri, sarcofagi e amuleti, nasceva il Museo Egizio.

Nello stesso anno arrivò a Torino Jean-François Champollion, che aveva appena annunciato la decifrazione dei geroglifici. Studiò i papiri della collezione, tra cui il frammentario Canone Reale, una lista di sovrani che resta una fonte preziosa per la cronologia egizia. A lui si attribuisce l'idea, spesso citata, che la strada per Menfi e Tebe passi da Torino.

Gli scavi del Novecento

All'inizio del Novecento l'egittologo Ernesto Schiaparelli, direttore del museo, condusse numerose campagne di scavo. La più celebre portò nel 1906, a Deir el-Medina, alla scoperta della tomba intatta dell'architetto Kha e di sua moglie Merit, con il corredo funerario completo: vesti, cibi, mobili, strumenti di lavoro. È una testimonianza straordinaria della vita quotidiana e delle credenze sull'aldilà nel Nuovo Regno. Tra gli oggetti esposti nel museo compaiono anche copie del Libro dei Morti, raccolte di formule destinate ad accompagnare il defunto nel viaggio oltre la soglia.

Il Museo Egizio mostra bene come il fascino esoterico e la ricerca scientifica possano intrecciarsi. La Mensa Isiaca nutrì per secoli il sogno di una sapienza segreta; i papiri e le tombe hanno poi permesso di conoscere la religione egizia nella sua realtà storica. Visitare le sue sale significa attraversare entrambe le storie, quella dell'Egitto sognato e quella dell'Egitto ritrovato.