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Toledo e i traduttori: la via della scienza e della magia araba

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Toledo nel XII e XIII secolo: Gerardo da Cremona, Michele Scoto, Alfonso X e la traduzione del Picatrix, tra astronomia, astrologia e fama di negromanzia.

Nel 1085 il re Alfonso VI di Castiglia entrò a Toledo, che per oltre tre secoli era stata una delle città più importanti della Spagna musulmana. Con la conquista passarono in mano cristiana anche le biblioteche e una comunità di dotti abituati a muoversi tra arabo, ebraico, latino e lingua romanza. Nei due secoli successivi la città divenne il principale crocevia attraverso il quale la filosofia, la medicina, l'astronomia e le scienze occulte del mondo arabo giunsero nell'Europa latina, cambiando profondamente la cultura medievale.

L'età dell'arcivescovo Raimondo e di Gerardo da Cremona

Il primo impulso venne nel XII secolo, durante l'episcopato dell'arcivescovo Raimondo, tra il 1125 e il 1152, che favorì il lavoro dei traduttori. L'espressione «scuola di traduttori di Toledo» fu coniata soltanto nell'Ottocento: non esisteva un'istituzione organizzata, ma piuttosto un ambiente di studiosi, spesso in collaborazione tra loro. Tra i nomi più noti vi sono Domenico Gundisalvi e un dotto ebreo convertito conosciuto come Avendauth.

Il più prolifico fu l'italiano Gerardo da Cremona, morto a Toledo nel 1187, che venne in Spagna per leggere l'Almagesto di Tolomeo e vi rimase per tutta la vita. Gli sono attribuite decine di traduzioni dall'arabo, tra cui lo stesso Almagesto, il Canone di medicina di Avicenna e opere di geometria e di alchimia. Nel Duecento lavorò a Toledo anche lo scozzese Michele Scoto, poi astrologo di Federico II.

Alfonso X e i libri delle stelle

Nella seconda metà del Duecento il re Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, che regnò dal 1252 al 1284, diede nuovo impulso alle traduzioni, facendole spesso realizzare in castigliano anziché in latino. Alla sua corte nacquero le Tavole alfonsine, usate per secoli dagli astronomi europei, e raccolte astrologiche e magiche come il Lapidario, che descrive le pietre in rapporto ai segni zodiacali secondo le credenze del tempo.

Sotto Alfonso fu tradotto anche il Ghayat al-hakim, il «Fine del saggio», un trattato arabo di magia astrale noto in Europa con il titolo di Picatrix. La versione castigliana, del 1256 secondo la data tradizionale, fu poi resa in latino e circolò a lungo nei circoli dotti del Rinascimento. Questi testi descrivevano un cosmo in cui pianeti, pietre, piante e immagini erano legati da corrispondenze segrete.

Una città di negromanti nell'immaginario europeo

La fama di Toledo come luogo di sapere occulto si diffuse rapidamente. Già nel Medioevo, in diversi testi europei, studiare a Toledo divenne quasi sinonimo di apprendere la negromanzia, e la città compare come patria di maghi in racconti e prediche. Si raccontava di scuole sotterranee dove il diavolo in persona avrebbe insegnato agli studenti, una diceria che riflette il timore suscitato da saperi giunti dall'Islam.

Tra le leggende locali spicca quella della Cueva de Hércules, una grotta che la tradizione voleva fondata dall'eroe greco e sede di un palazzo incantato. Secondo il racconto, l'ultimo re visigoto Rodrigo vi sarebbe entrato violando un antico divieto, e vi avrebbe visto annunciata l'invasione araba del 711. Oggi in città si possono visitare ambienti sotterranei identificati con la grotta, legati in realtà a strutture idrauliche di età romana.

Il lascito più importante di Toledo resta comunque quello dei libri. Senza le traduzioni toledane la scienza europea del Duecento e la filosofia della Scolastica sarebbero state molto diverse, e anche la magia del Rinascimento non avrebbe avuto molti dei suoi testi fondamentali. Chi passeggia oggi tra la cattedrale, le sinagoghe di Santa María la Blanca e del Tránsito e le antiche moschee può ancora percepire la convivenza di culture da cui nacque quella stagione.