Il Vicolo d'Oro di Praga tra alchimisti leggendari e Kafka
- Coordinate
- 50.09° N, 14.40° E
- Tappa
- Europa esoterica
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Le casette colorate del Vicolo d'Oro al Castello di Praga: la vera origine tra guardie e orafi, la leggenda degli alchimisti e il soggiorno di Kafka.
Nel recinto del Castello di Praga, stretta tra le mura settentrionali e gli edifici del complesso, corre una viuzza di casette minuscole e dai colori vivaci. I praghesi la chiamano Zlatá ulička, il Vicolo d'Oro. Ogni anno migliaia di visitatori la percorrono convinti di camminare dove gli alchimisti di Rodolfo II cercavano di trasformare il piombo in oro. La realtà storica è più modesta, ma non meno interessante, e mostra bene come un luogo possa ricevere un'identità leggendaria che finisce per sovrapporsi a quella documentata.
Guardie, orafi e una strada nelle mura
Le prime abitazioni furono ricavate alla fine del Cinquecento negli archi delle mura, accanto alla torre Daliborka e alla Torre Bianca. Vi alloggiavano soprattutto le guardie del Castello, in particolare i tiratori addetti alla difesa, che con il permesso delle autorità costruirono piccole case addossate alla cinta. Nel corso del Seicento vi si stabilirono anche artigiani, tra cui orefici, ed è probabilmente da loro che deriva il nome della via.
Per secoli il vicolo fu un quartiere povero, abitato da piccoli artigiani, servitori e famiglie modeste. Le case, di una o due stanze, venivano ampliate e rimaneggiate secondo le necessità. Nel corso del Novecento furono restaurate e trasformate in negozi e spazi espositivi, ed è in questa veste che oggi le conosciamo.
La nascita della leggenda alchemica
L'idea che il Vicolo d'Oro ospitasse i laboratori degli alchimisti imperiali si diffuse soprattutto tra Ottocento e Novecento, quando la Praga di Rodolfo II divenne un tema prediletto della letteratura romantica e decadente. Il nome della strada, unito alla fama della corte rodolfina, bastava a suggerire l'immagine di fornelli accesi e alambicchi nascosti tra le mura. Non esistono però documenti che collochino in queste case l'attività degli alchimisti di corte.
Gli studiosi ricordano che i laboratori alchemici dell'epoca si trovavano piuttosto in altre parti del Castello e nei palazzi della nobiltà boema, presso la quale lavoravano personaggi come Edward Kelley. Il Vicolo d'Oro ha quindi ricevuto per riflesso un'aura che appartiene alla città nel suo insieme. Questo non toglie fascino al luogo: lo rende anzi un esempio istruttivo di come nascono le geografie immaginarie.
Lo scrittore al numero 22
Tra il 1916 e il 1917 Franz Kafka utilizzò come studio la casetta al numero 22, presa in affitto dalla sorella Ottla. Vi si recava la sera per scrivere, e in quel periodo compose diversi racconti brevi poi raccolti nel volume Un medico di campagna. La presenza di Kafka ha aggiunto al vicolo un secondo strato di suggestione, legato non più all'alchimia ma all'inquietudine moderna.
Nella vicina torre Daliborka, adibita a prigione, la tradizione colloca la vicenda del cavaliere Dalibor, rinchiuso alla fine del Quattrocento e giustiziato, attorno al quale fiorirono leggende poi riprese da Bedřich Smetana nell'opera omonima. Torri, prigioni e piccole case formano così un paesaggio compatto, dove ogni pietra sembra avere una storia da raccontare.
Chi visita oggi il Vicolo d'Oro può dunque leggerlo su più livelli: come testimonianza della vita quotidiana ai margini della corte, come scenario di una leggenda ottocentesca e come tappa della biografia di uno dei grandi scrittori del Novecento. È proprio questa stratificazione a fare della viuzza uno dei luoghi più rappresentativi della Praga magica.