Benevento, le janare e il noce delle streghe
- Coordinate
- 41.13° N, 14.78° E
- Tappa
- Napoli e il Sud
- Lettura
- 3 min di lettura
- Successivo
- Castel del Monte, l'ottagono di pietra di Federico II →
Dal culto longobardo attorno all'albero sacro ai processi per stregoneria: come Benevento divenne nell'immaginario europeo la capitale delle streghe.
Nel folklore dell'Italia meridionale le streghe hanno molti nomi, ma a Benevento ne portano uno speciale: janare. La città sannita è stata per secoli considerata in tutta Europa il luogo d'incontro per eccellenza delle streghe, che vi sarebbero giunte in volo nelle notti di raduno per danzare attorno a un grande albero di noce sulle rive del fiume Sabato. Questa fama, che compare in processi, trattati e racconti popolari, ha radici storiche precise e sorprendenti, che risalgono all'Alto Medioevo.
Il culto longobardo e San Barbato
Nel VII secolo Benevento era la capitale di un potente ducato longobardo. Secondo la «Vita» di San Barbato, scritta in epoca successiva ai fatti, i Longobardi del luogo, pur cristiani di nome, conservavano riti di origine pagana. Si radunavano presso un albero sacro, vi appendevano una pelle di animale e la colpivano correndo a cavallo, contendendosene i brandelli. Veneravano inoltre l'immagine di una vipera d'oro. Il vescovo Barbato, forte della gratitudine del duca Romualdo dopo l'assedio posto alla città dall'imperatore bizantino Costante II nel 663, ottenne che l'albero fosse abbattuto e la vipera fusa per farne un calice.
Per gli storici, quei riti potrebbero riflettere antiche pratiche guerriere germaniche, forse legate al culto di Wotan. Per la tradizione popolare, invece, l'albero abbattuto non scomparve mai davvero: il noce sarebbe rinato, sempre verde anche d'inverno, e attorno a lui avrebbero continuato a riunirsi le streghe di tutta la penisola, trasformando un episodio di cristianizzazione in una leggenda destinata a durare.
Le janare nei processi e nei trattati
La fama del noce si diffuse ben oltre il Sannio. Nel 1428 a Todi fu processata e condannata al rogo Matteuccia di Francesco, che tra le accuse ammise di essersi recata in volo al noce di Benevento. Nel corso del Quattrocento e del Cinquecento il riferimento alla città ricorre in diversi processi italiani, segno che il luogo era diventato un elemento stabile dell'immaginario stregonesco, condiviso da inquisitori, predicatori e popolo.
Nel Seicento il medico beneventano Pietro Piperno dedicò al tema un trattato latino, il «De nuce maga beneventana», poi tradotto anche in italiano. L'opera raccoglie credenze, testimonianze e casi, e mostra come, ancora in piena età moderna, la leggenda fosse discussa con serietà da uomini di cultura, che cercavano di spiegarla alla luce della teologia e della medicina del tempo.
Chi erano le janare
Il nome janara è spiegato in modi diversi. Alcuni lo fanno derivare da Diana, la dea lunare associata nel Medioevo ai voli notturni delle donne; altri da ianua, la porta, perché secondo la credenza la strega entrava nelle case passando sotto l'uscio. La tradizione racconta che, per tenerla lontana, si lasciava dietro la porta una scopa o un po' di sale: la janara sarebbe stata costretta a contarne i fili o i granelli fino all'alba, quando avrebbe perso il suo potere.
Alle janare il folklore attribuiva dispetti notturni: intrecciare le criniere dei cavalli, rubare il latte, opprimere i dormienti. Dietro queste figure si nascondevano spesso donne reali, levatrici e conoscitrici di erbe, su cui si concentravano sospetti e paure. Oggi Benevento ha fatto della leggenda un tratto di identità, dal nome di un celebre liquore nato nell'Ottocento alle feste dedicate alle streghe. Resta però una pagina complessa di storia, in cui cristianizzazione, caccia alle streghe e cultura popolare si intrecciano attorno a un solo albero.