Triora e i processi alle streghe del Cinquecento
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Triora, borgo dell'entroterra ligure, e i processi per stregoneria del 1587-1589: carestia, accuse, il commissario Scribani e la memoria custodita oggi.
Arroccato a quasi ottocento metri di quota nella Valle Argentina, nell'entroterra di Sanremo, il borgo di Triora è noto come il paese delle streghe. Questa definizione, oggi usata anche a fini turistici, rimanda a una vicenda drammatica e ben documentata: i processi per stregoneria che sconvolsero la comunità alla fine del Cinquecento. Comprendere quella storia significa entrare nel cuore delle paure dell'Europa moderna e riconoscere il prezzo pagato da donne in carne e ossa.
La carestia e le prime accuse
Tra il 1587 e il 1588 Triora, allora sotto il dominio della Repubblica di Genova, attraversò una grave carestia. Raccolti perduti, fame e malattie alimentarono la ricerca di un colpevole. Secondo i documenti, fu lo stesso parlamento locale a chiedere che si indagasse sulla presenza di streghe, ritenute responsabili delle sventure. Le autorità ecclesiastiche intervennero con il vicario del vescovo di Albenga e con l'inquisitore.
Le prime accusate furono donne del paese, alcune di condizione modesta, altre appartenenti a famiglie conosciute. Furono interrogate, imprigionate e sottoposte a tortura, secondo le procedure dell'epoca. Sotto la pressione degli interrogatori molte confessarono pratiche e incontri notturni, e fecero i nomi di altre persone, allargando il numero degli inquisiti in una spirale che coinvolse decine di donne.
Il commissario Scribani
Nel 1588 la Repubblica di Genova inviò a Triora un commissario laico, Giulio Scribani, che condusse le indagini con particolare durezza. Sotto la sua direzione i processi si estesero anche ad altre località della valle, e alcune imputate furono condannate a morte. Diverse donne morirono in carcere o durante le torture, mentre una, secondo le cronache, perse la vita cadendo da una finestra nel tentativo di fuggire.
L'operato di Scribani suscitò perplessità e proteste, anche all'interno delle istituzioni. La questione arrivò a Genova e fu esaminata dall'Inquisizione romana, che rivendicava la propria competenza sui reati di fede. La sorte finale di alcune imputate non è documentata con certezza, ma il caso si chiuse intorno al 1589, lasciando una ferita profonda nella comunità.
La Cabotina e la memoria del borgo
La tradizione locale indica un luogo appena fuori dall'abitato, chiamato la Cabotina, come ritrovo delle presunte streghe, che nel dialetto della zona venivano chiamate bàgiue. Si raccontava che vi si tenessero riunioni notturne. Sono racconti nati in parte dalle stesse confessioni estorte durante i processi, e vanno letti come testimonianza dell'immaginario dell'epoca più che come descrizione di fatti reali.
Oggi Triora custodisce la memoria di quei fatti nel Museo Etnografico e della Stregoneria, che presenta documenti, ricostruzioni e oggetti della cultura contadina della valle. Il borgo, con le sue case in pietra, i vicoli coperti e le fortificazioni, conserva intatta l'atmosfera di un centro medievale di montagna, e ogni anno richiama visitatori interessati alla sua storia.
La vicenda di Triora appartiene alla grande ondata di processi che attraversò l'Europa tra Cinquecento e Seicento. Raccontarla oggi significa ricordare che dietro la parola strega si nascondono persone accusate ingiustamente, vittime della paura collettiva e di un sistema giudiziario che ammetteva la tortura. È una memoria da custodire con rispetto, non un semplice folklore da cartolina.