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Il Sacro Bosco di Bomarzo e i mostri di Vicino Orsini

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Montesiepi e la spada nella roccia di san Galgano →
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Orchi, draghi, sfingi e una casa pendente scolpiti nel peperino: storia, iscrizioni e significati del Sacro Bosco voluto da Vicino Orsini a Bomarzo.

Nella Tuscia viterbese, sotto il borgo di Bomarzo, un bosco di querce nasconde figure gigantesche scolpite nella roccia: un orco dalla bocca spalancata, un elefante da guerra, un drago assalito da cani, una tartaruga sormontata da una figura alata. È il Sacro Bosco, conosciuto anche come Parco dei Mostri, creato nella seconda metà del Cinquecento dal principe Pier Francesco Orsini, detto Vicino. Nessun giardino del Rinascimento somiglia a questo luogo, pensato per stupire e far riflettere.

Un principe guerriero e letterato

Vicino Orsini nacque nel 1523 e morì nel 1585. Uomo d'armi, combatté nelle guerre del suo tempo e conobbe la prigionia, ma fu anche un lettore appassionato di poesia e di filosofia. I lavori del bosco iniziarono intorno alla metà del secolo e proseguirono per molti anni. Il progetto è spesso accostato all'architetto Pirro Ligorio, ma l'attribuzione non è documentata con certezza, e sembra che il principe stesso ne abbia guidato l'ideazione.

Un piccolo tempio all'interno del bosco è tradizionalmente legato alla memoria della moglie, Giulia Farnese, morta intorno al 1560. Questo ha fatto pensare a un giardino della memoria e del lutto, ma le iscrizioni parlano anche di meraviglia, di inganno dei sensi e di sfogo dell'animo. All'ingresso un'epigrafe dichiara che il luogo fu fatto «sol per sfogare il core», cioè soltanto per dare libertà al cuore.

Le figure del bosco

Le sculture furono ricavate direttamente dai massi di peperino, una pietra vulcanica presente sul posto, il che spiega le loro proporzioni insolite e la loro distribuzione irregolare. L'Orco è la più celebre: la sua bocca forma una stanza con un tavolo di pietra, e sul labbro superiore si legge «Ogni pensiero vola». La frase allude forse all'eco che rende le voci deformate, o all'idea che dentro quella bocca i pensieri si perdano.

Poco lontano sorge una casetta costruita volutamente inclinata, che disorienta chi vi entra. Ci sono poi un gigante che squarta un avversario, un elefante con una torre sul dorso che solleva un soldato, sfingi, un Pegaso e un Cerbero. Molti studiosi hanno visto riferimenti all'Orlando furioso di Ariosto e al Polifilo, un romanzo illustrato stampato a Venezia nel 1499, che descrive un viaggio simbolico tra giardini e rovine.

Un percorso iniziatico o un gioco colto

Il bosco è stato letto in molti modi: come percorso iniziatico verso la conoscenza, come allegoria della vita e della morte, come raccolta di citazioni letterarie per un pubblico di amici eruditi. Nessuna interpretazione è definitiva, perché Vicino non ha lasciato un programma scritto. Le sue lettere mostrano però un gusto per il paradosso e per lo stupore, tipico della cultura manierista.

Dopo la morte del principe il bosco fu abbandonato e la vegetazione coprì le statue per secoli. Nel Novecento attirò artisti e scrittori, e dal 1954 la famiglia Bettini lo acquistò e ne curò il restauro, aprendolo al pubblico. Oggi è uno dei luoghi più visitati della Tuscia, frequentato da famiglie, studiosi e appassionati di arte.

Camminare tra i mostri di Bomarzo significa accettare un invito a perdersi. Il Sacro Bosco non spiega se stesso: lascia al visitatore il compito di dare senso alle figure, alle scritte e ai percorsi. In questo sta la sua modernità, e anche il suo legame con la grande tradizione del giardino come luogo di pensiero.